Il problema dei giornalisti compiacenti e quello delle Fake News

Da quando siamo entrati nell’epoca dei social network, ad una notizia pubblicata da un profilo qualsiasi molto spesso viene dato lo stesso valore di un’informazione verificata pubblicata da un giornale affidabile.
Concludevo l’articolo della scorsa settimana preannunciando questo sulla “disinformazione digitale”, cioè sul fatto che oggi ci si informa principalmente attraverso il digitale dove le fake news trovano ampio spazio.
Si pone quindi il problema di istruire soprattutto i giovani a distinguere le Fake News dalle informazioni verificate provenienti da testate legalmente riconosciute, con un direttore responsabile e giornalisti iscritti all’albo tenuti al rispetto del codice deontologico.
C’è anche da considerare che non sono pochi i giornalisti che con atteggiamento servile tradiscono palesemente l’articolo 3 del codice deontologico, che impone loro di difendere sempre l’autonomia, l’indipendenza e la libertà di informazione da qualsiasi condizionamento. Giornalisti che per tornaconto economico o per atteggiamento verso il potere informano aderendo perfettamente alle linee di uno schieramento politico o di chi governa.
Il rispetto delle regole etiche non è affatto un processo automatico ma una conquista quotidiana, strettamente legata alla coscienza del singolo giornalista e capita spesso che anche i giornali pubblichino notizie imprecise o false saltando passaggi di verifica essenziali.
La deontologia esiste ed è ben scritta, ma la sua effettiva applicazione dipende dall’onestà intellettuale del singolo giornalista e dalla possibilità dell’Ordine di vigilare e sanzionare.
Per l’Ordine dei Giornalisti risulta di fatto impossibile sanzionare tutta l’informazione che viola i principi di verità e correttezza con notizie non verificate o fuorvianti, non solo per limiti pratici ma anche per vincoli legati alla natura stessa della professione e alle leggi che la regolano.
Non esiste un organo centralizzato che possa monitorare preventivamente tutto il flusso informativo alla ricerca di chi non rispetta le regole per sanzionarlo, sarebbe di fatto impossibile. L’azione disciplinare si attiva su esposto da parte di chi ritiene di aver subito una violazione o per iniziativa dei Consigli di Disciplina Territoriali. Inoltre, il procedimento deve contestare addebiti specifici e dimostrabili, non valutazioni soggettive sulla compiacenza o il “servilismo” di una testata.
Una linea editoriale di parte, vicina a determinati potentati economici o filogovernativa, spesso convince attraverso le modalità di selezione, gerarchizzazione ed esposizione delle notizie, con i toni usati o l’omissione di dettagli. Quindi potrebbe non violare esplicitamente le norme del Codice Deontologico, almeno fin quando rimane nella sfera della discrezionalità che consente al giornalista di operare scelte autonome su cosa scrivere e come raccontarlo.
è pur vero che la discrezionalità giornalistica riguarda le modalità di selezione ed esposizione delle notizie, ma non intacca mai l’obbligo di verità sostanziale dei fatti che devono essere veri o basati su un rigoroso controllo delle fonti. Non sempre lo sono, ma chi controlla?
Per quanto si verifica sui social media, il principio etico fondamentale della “verità dei fatti”, che impone di riportare gli eventi in modo accurato, imparziale e verificato, viene palesemente violato anche perché sono progettati per premiare la viralità e il coinvolgimento emotivo, piuttosto che l’accurata descrizione dei fatti.
Inoltre, l’avvento del digitale, ha trasformato profondamente l’informazione politica arrecando una grave compromissione. Infatti, i politici stanno cercando in tutti i modi di eliminare la fastidiosa intermediazione giornalistica per il fatto che possono comunicare direttamente con gli elettori tramite i social media, evitando il contraddittorio immediato e la verifica dei fatti.
Nei tempi attuali, la critica politica non si esprime più solo sulle testate giornalistiche, nei dibattiti tradizionali, nei comizi e nei talk show, diventa prevalente quella frammentata sui social media, dove spesso si polarizza in tifoseria, meme o indignazione estemporanea, con attacchi personali orientati al consenso immediato piuttosto che al confronto costruttivo.
Questi meccanismi trasformano il confronto democratico in uno scontro spettacolarizzato, basato più sulle emozioni che sui fatti, ostacolando il dialogo costruttivo e incoraggiando la formazione di divisioni estreme. Conseguenza della cosiddetta digitalizzazione del dibattito pubblico e della diffusione di informazioni non verificate nella comunicazione politica, la drastica riduzione della fiducia nelle istituzioni e l’assenteismo elettorale.
Assurdamente, mentre la disinformazione sui social sta prendendo il sopravvento, si sta progressivamente cercando in tutti i modi di eliminare l’intermediazione giornalistica e quei pochi giornalisti che ancora rappresentano un giornalismo libero e indipendente ricevono ogni giorno in ogni parte del Paese intimidazioni e denunce.
Trasgredendo palesemente i principi dell’articolo 21 della Costituzione, chi governa non accetta più le domande “scomode” che per un politico sono soprattutto quelle che mettono in luce il divario tra le promesse elettorali e la realtà amministrativa.
La strategia della disintermediazione giornalistica consente di mantenere il controllo totale sulla propria narrazione perché senza contraddittorio si può comunicare qualsiasi cosa all’elettorato tramite i social media che consentono di raggiungere il proprio pubblico di riferimento in modo diretto, polarizzando i consensi ed evitando temi divisivi o critici.
Evitare il filtro giornalistico permette di rendere dichiarazioni senza il rischio di subire contestazioni in tempo reale e senza la necessità di dover giustificare scelte politiche, passi falsi o promesse non mantenute davanti al grande pubblico degli elettori.
Spesso i politici accusano la stampa di faziosità per screditare le inchieste giornalistiche scomode etichettando come “di parte” qualsiasi testata che metta in discussione le loro azioni o evidenzi contraddizioni. Tutto questo per delegittimare le critiche, distogliere l’attenzione dai propri errori e mobilitare il proprio elettorato.
Questo limita enormemente la possibilità per i cittadini di conoscere e capire, di ottenere risposte sui provvedimenti normativi, sulle criticità economiche, sui problemi che riguardano la vita quotidiana delle persone.










