Il vino, l’arte e la memoria: quando Velletri alza il calice ai suoi fantasmi migliori

Certe città hanno la memoria corta, fatta di sassi grigi e di lapidi che nessuno guarda più. Altre, invece, la memoria se la mettono nel bicchiere, mescolandola al profumo del mosto, alla croccantezza dell’uva e alla cocciutaggine di chi non vuole dimenticare da dove viene.
A Velletri, dove le stagioni non passano invano, è tutto pronto per la XIII edizione del Velletri Wine Festival “Nicola Ferri”. Parliamo della storica rassegna che nella Festa dell’Uva e del Vino – appuntamento fissato per il 26 e il 27 settembre – che quest’anno non si limita a celebrare la generosità della terra e il nettare che riempie le cantine. No, qui si fa sul serio: si uniscono i puntini tra arte, storia e vino, dimostrando che una comunità non vive di solo pane (né di solo vino bianco), ma di radici.
La rassegna, nata nel 2013 dal lampo di genio di Orlando Pocci, Romina Trenta e Alessandro Filippi, ha deciso quest’anno di dedicare il suo cuore storico a due figure che alla terra veliterna hanno dato l’anima: Antonino e Mario Ciancia.
I pilastri della festa: pennelli, scalpelli e calici
La formula è quella collaudata delle cose che funzionano:
- L’ARTE: Impossibile staccarsi dalla tradizione. Torna la collettiva d’arte contemporanea, un omaggio a quella storica Via Furio dove Gustavo Gualtieri radunò i pennelli di mezza Italia battezzando il Premio di Pittura “La Scaletta”. Accanto a lui, il Premio Nazionale “Pallade Veliterna” – intitolato a quello scultore e orafo formidabile che rispondeva al nome di Giglio Petriacci – continua a far battere il cuore agli artisti di casa nostra.
- LA STORIA: E qui si apre il cassetto dei ricordi, quelli veri, fatti di carne, sangue, cattedre e cavalcate nella bufera. Quest’anno la manifestazione sceglie di raccontare la dinastia dei Ciancia.
La storia siamo noi (e profuma di inchiostro e tempesta)
La storia di Antonino Ciancia Caprile ve l’ho già raccontata, ma vale la pena ricordarla mentre si stappa una bottiglia buona alla salute della terra.
Arrivato a Velletri nel novembre del 1872 da giovane professore di disegno con la valigia piena di speranze e la testa avanti rispetto ai suoi tempi, Antonino finisce per impalmare Lucia Nardini, una ragazza di diciassette anni della parrocchia di San Michele Arcangelo. Mette su famiglia in Via Ginnasia, inventa la scuola serale per togliere i ragazzi dalle grinfie dei bottegai sfruttatori, prende una medaglia e la nomina a Cavaliere della Corona d’Italia da Re Umberto I, e infine muore da eroe romantico nel dicembre del 1907, dopo essersi beccato una polmonata per aver salvato a cavallo la figlia del fattore durante una notte di tempesta al Cigliolo.
Accanto a lui, in questa edizione del festival, c’è il figlio Mario. Certe volte la storia d’Italia non passa dai bollettini di guerra o dai trattati ministeriali, ma da una tela da cavalletto lasciata a asciugare al sole, tra il puzzo di trementina e l’odore acre del fango dell’Agro Pontino. Abbandoniamo per un attimo il babbo Antonino – l’eroe con la mantella e la polmonite – e concentriamoci sul primogenito, quel Mario Ciancia nato in Via Ginnasia nel 1876, battezzato con i nomi lunghi e solenni di Mario Innocenzo Costantino, e cresciuto in mezzo ai libri, ai pennelli e alla polvere nobile dei ricordi veliterni.
Un ragazzo così, figlio di un professore che sapeva il fatto suo, non poteva che finire dritto all’Accademia di Belle Arti di Roma, in quella Via Ripetta dove si respirava l’aria ribelle e geniale della pittura dal vero. Niente accademismi polverosi: lì si dipingeva all’aperto, piantando il cavalletto sotto il sole battente per fissare sulla tela gli scorci spietati e grandiosi di un Agro Romano e di una palude pontina che ancora non sapevano cosa fosse la bonifica.
Mario fa amicizia con i grandi. E quando torna alla sua tenuta del Cigliolo, quella casa si trasforma in un vero e proprio cenacolo culturale, roba da fare invidia ai salotti bene della capitale. Se vi foste seduti su una seggiola al Cigliolo a cavallo tra i due secoli, avreste rischiato di inciampare in Trilussa che recitava i suoi sonetti, in Cesare Pascarella, in Sciuti, Maccari e in quel Cesare Mancini.
La vita di Mario, però, non è fatta solo di versi e pennellate. È un romanzo di quelli tosti, battuto dal vento e segnato dalle tragedie. Nel 1903 sposa Adalgisa Erminia Graziosi, da cui ha la figlia Alda. Nel 1912 arriva un maschietto, battezzato Antonino in omaggio al nonno. Ma la gioia dura lo spazio di un sospiro: Adalgisa muore nel darlo alla luce. E come se non bastasse, quel figlio sopravvissuto, il piccolo Antonino, si spegne a soli tredici anni nel 1925 per una cardiopatia acuta.
Un uomo normale si sarebbe seduto sulla terra a piangere. Mario, stravolto dal dolore, trova una sponda in una ragazza di vent’anni, Gina Castrichella. Si sposano nell’ottobre del 1925 dai Cappuccini a Velletri, e l’anno dopo arriva un altro maschietto, Marcello, a rimettere un po’ di luce in quella casa saccheggiata dal pianto.
Nel frattempo, il “pittore della palude” fa cose straordinarie. Nel 1906 espone alla Società degli Amatori e Cultori a Roma; l’anno dopo, a soli trent’anni, decora addirittura il padiglione italiano all’Esposizione Internazionale di Parigi. E quando scoppia la Grande Guerra, non si tira indietro: fa il volontario, spedito dritto nello Stato Maggiore francese come interprete e disegnatore.
Non è solo un artista con la testa tra le nuvole, badate bene. Nel 1930, con l’amico Fernando Botti, si toglie pure lo sfizio di inventare e brevettare un apparecchio fotoelettrico antifurto. Insomma, un ingegno a tutto tondo.
Nel 1939 viene chiamato a dirigere la Scuola d’Arte “Juana Romani”, quella stessa creatura fondata dal babbo Antonino decenni prima. Ma il destino ha fretta. La morte lo strappa a questo mondo il 16 gennaio 1940 a Roma, prima ancora che Mario potesse imprimere la sua impronta definitiva su quella scuola.
A Velletri, quando si parla di vino, non si stappa semplicemente una bottiglia: si apre un libro di storia. Perché qui il nettare che arrossa i bicchieri non è una bevanda qualunque; è il sangue di una terra vulcanica, la fatica di generazioni e il pretesto più nobile per radunarsi in piazza a celebrare la vita, la memoria e l’orgoglio di appartenere a una comunità.
E la XIII edizione del Velletri Wine Festival “Nicola Ferri” lo dimostra alzando l’asticella, cucendo insieme i fili di una grandezza passata e di un presente che sa guardarsi allo specchio senza sconti.
Quest’anno il vino – il re indiscusso di queste colline – viene celebrato legandolo a un nome che fa tremare i polsi ai cultori della Repubblica: l’Onorevole Ludovico Camangi, deputato alla Costituente e sottosegretario all’Agricoltura.
Ricorre il cinquantesimo anniversario della sua scomparsa e l’ottantesimo della nascita di quella Costituzione che ha fatto l’Italia moderna. Quale modo migliore per onorarlo se non istituendo un premio ad hoc? Nasce così il riconoscimento per un’azienda vinicola che si sia distinta nella promozione del vino veliterno in campo nazionale. Camangi, uomo di istituzioni e di terra, avrebbe gradito: unire le leggi dello Stato alla generosità dei filari.
Poi ci sono i premi, quelli che stringono lo stomaco e fanno vibrare le corde dell’affetto. Tra questi spicca il Premio Nazionale “Romina Trenta”, intitolato all’assessore al bilancio, cultura e prodotti locali scomparsa prematuramente nel 2022.
Romina a questa festa ci credeva come pochi. Non mancava mai a un’inaugurazione, a una premiazione, a un brindisi. La sua ultima apparizione pubblica, prima che il destino decidesse di tirare i remi in barca troppo presto, risaliva proprio all’edizione del 2020. Assegnare un premio a suo nome significa impedirle di andarsene davvero, tenendola ancorata lì, tra i banchi della fiera, con quel sorriso vigile e innamorato della sua gente.
La kermesse non dimentica nessuno. Nel quadro della manifestazione tornano ad armarsi i Cavalieri dell’Ordine Veliterno della Sfera, un’iniziativa ripresa nel 2024 e ideata dal compianto Gianfranco Arciero per rendere merito a chi custodisce i segreti della terra e dell’agricoltura.
E per chi non calpesta i campi ma alza la voce, il braccio o l’ingegno per la comunità, c’è dal 2018 il Premio Pallade d’Argento: il sigillo con cui Velletri ringrazia chi – nello sport, nel sociale o nella cultura – le ha dato lustro.
In fondo, questa è Velletri: un incrocio formidabile tra il passato dei padri costituenti, il dolore delle assenze che bruciano, il genio dei pittori della palude e il profumo inconfondibile di un bicchiere di vino bevuto guardando il tramonto sui Castelli. Un’Italia che non si arrende, e che sa sempre come brindare alla propria storia.










