Dal crollo sovietico al suicidio della civiltà occidentale

Che si stiano vivendo tempi inediti e dagli incerti ed infausti sviluppi per il mondo intero, ma soprattutto per il nostro Occidente, è cosa che sta sotto gli occhi di tutti: solo un ritardato mentale o chi vive in una propria bolla fatta di illusioni e malafede non si rende conto di ciò. Con la spartizione delle aree di influenza, nata dalla storica decisione di Yalta, figlia degli esiti del secondo conflitto mondiale, Oriente ed Occidente erano destinati a seguire strade divergenti: un diverso modello sociale e di sviluppo; una economia liberale e capitalista da una parte e dall’altra una di Stato orientata verso una concezione collettivista; una visione della vita improntata sui valori della tradizione (o così si è voluto far credere) da una parte, mentre dall’altra i fondamenti della filosofia marxista, o più in generale del materialismo dialettico, rappresentavano il canone etico cui avrebbe dovuto conformarsi l’educazione scolastica ed il pensiero ufficiale.
Il socialismo reale ha mostrato il proprio fallimento storico con il crollo dell’URSS e la dissoluzione del Patto di Varsavia: con grande gioia del popolo tedesco, la riunificazione della Germania è avvenuta senza sparare un solo colpo e gli unici colpi che in una notte quasi magica si sentirono risuonare a Berlino nell’ormai lontano 1989 furono quelli dei martelli e dei picconi di coloro che si affrettavano ad abbattere quel famoso muro che i tedeschi da un lato avevano ribattezzato “Mauer der Schande“ (muro della vergogna), mentre più ipocritamente i sovietici lo avevano chiamato “Mauer des Friedens“ (muro della pace). Per inciso, non scandalizziamoci se l’attuale presidente USA Donald Trump vuole portare a termine il suo progetto di un muro con il Messico: a quanto pare, la storia insegna che sin dalla Antichità le grandi potenze non di rado hanno teso a costruire muri, come fece Roma con il limes orientale delle Gallie e il Vallo Adriano in Bretagna. La motivazione ufficiale di queste scelte è sempre stata illustrata come esigenza difensiva. Se nell’Antichità ciò poteva trovare un fondamento nei non sempre facili rapporti fra popoli più o meno presuntamente civili o più o meno presuntamente barbari, nei tempi attuali, che vedono un mondo altamente integrato nei rapporti fra Stati e popoli spesso diversissimi fra loro, forse l’erigere muri e steccati rappresenta un fallimento; forse non si è compreso che il povero che va a bussare alla casa del ricco lo fa per le ingiustizie create dal ricco stesso ed ora, con la sua stessa presenza, quasi inconsapevolmente sta presentando un conto che qualcuno dovrà saldare.
Il socialismo di stampo sovietico è fallito eminentemente per una mala interpretazione degli stessi dettami del marxismo: si è voluto costruire attraverso la realizzazione del comunismo un sistema di pensiero di tipo dogmatico, nel quale le stesse concezioni del materialismo dialettico sono state riscritte e reinterpretate in senso fideistico e dottrinario, creando così un sistema rigido e cristallizzato, nel quale qualsiasi pubblicazione, dall’articolo scientifico del docente universitario al romanzo o testo poetico dello scrittore, era destinato a subire in ogni caso il vaglio della censura delle apposite commissioni governative. Nella filosofia tedesca qualche volta si usa il termine “Urgrundfehler” per indicare il concetto di “errore originario fondamentale” (non a caso, come giustamente affermato dall’eminente filosofo Umberto Galimberti, il tedesco è una lingua pregnante e densa di significato in una misura non riscontrabile in altri idiomi). Nella concezione del comunismo sovietico questo Urgrundfehler, questo errore di base (con il quale lo stesso Lenin ebbe a confrontarsi e che mai riuscì completamente ad epurare, quale pericolo sempre in agguato, dal suo progetto di Stato sovietico) compare in embrione nell’interpretazione della filosofia marxista tendendo a considerare questa come sistema in sé compiuto e quindi come una vera e propria dottrina completa, granitica, in sé autoconsistente. Ora, per chi ha studiato sufficientemente a fondo il pensiero di Marx ed Engels tenendo a mente anche alcuni loro saggi storico-critici, è facile riconoscere che per quegli stessi Autori il proprio lavoro non era certo orientato a creare un sistema dottrinario, quanto piuttosto doveva rappresentare un tentativo scientifico di ricerca metodologica atto a creare uno strumento in grado di osservare la realtà, enuclearne le variabili significative, analizzarne meccanismi e prassi di sviluppo per poi poterne prevedere l’evoluzione nel tempo e le conseguenze. È questo un metodo che non si discosta dalle procedure adottate nello studio delle scienze sperimentali ed in particolare nella fisica: l’osservazione della realtà di norma prevede la revisione delle procedure operative, e spesso degli stessi canoni concettuali, quando l’insorgere di nuovi eventi supera la stessa dimensione epifenomenica. Se si fosse compreso ciò ed in questa luce, in questo approccio scientifico, fosse stato letto ed interpretato il pensiero di Marx ed Engels, sicuramente la strada verso la realizzazione del socialismo non sarebbe approdata al fallimento storico che è stato sotto gli occhi di tutti. Probabilmente Trotzky aveva compreso tutto ciò e la fine cui fu condannato rappresenta la ragione vittima di una violenza figlia di una brutale ottusità.
Il comunismo è morto e per molti in Occidente ciò rappresenta un motivo per tirare un sospiro di sollievo, anzi, diciamocelo pure, per festeggiare: solo il sistema occidentale, che in particolar modo trova il suo fondamento nella concezione del capitalismo liberista angloamericano, riesce a sopravvivere; solo il sistema basato su sviluppo economico libero, intraprendente, anzi, ove occorra anche aggressivo, può garantire benessere e ricchezza per tutti. Il sogno americano diventa sogno di tutti gli uomini che si sentono liberi o liberati (o credono di essere tali); il modello keynesiano del continuo sviluppo economico però ha rivelato i propri limiti. Kennet Ewart Boulding (vissuto fra il 1910 e il 1993), economista, pacifista e poeta inglese, successivamente naturalizzato statunitense, ebbe a dire che “chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito o è un folle oppure un economista”. Il fallimento, quindi, del sistema capitalistico occidentale sarà decretato più che sulla base del crollo del sistema politico e di potere, molto più probabilmente sulla base di un vero e proprio collasso ambientale: la distruzione di interi ecosistemi, il depauperamento delle risorse e di interi sistemi produttivi determineranno il venir meno del diritto all’accesso dei beni primari (come acqua, alimentazione, energia elettrica e sistemi di comunicazione) per intere popolazioni; gli squilibri economici e l’ineguale distribuzione delle risorse determineranno tensioni non solo a livello geopolitico, ma anche all’interno degli stessi Stati capitalisti, sfociando in tensioni e conflitti sociali pronti ad esplodere in un vero e proprio stato di guerra civile. Come Roma e il suo Impero caddero più per debolezza interna che per le pressioni esterne, così lo stesso sistema occidentale cadrà sotto il peso della propria incapacità di creare future durature alternative orientate verso un mondo più giusto, perlomeno più sensato ed equilibrato.
Il fallimento dell’Europa è sotto gli occhi di tutti: Bruxelles per anni ci ha dato lo spettacolo di una burocrazia cialtrona pronta ad immischiarsi ed impelagarsi nelle cose più inutili. Abbiamo assistito ai dibattiti sul raggio di curvatura delle banane e sulle dimensioni delle vongole; si è cercato di far passare come alimento salutare quel vero e proprio veleno che si chiama olio di palma e certe porcherie fatte di farina di insetti. È stato argomento di discussione, anche a livello di apposite commissioni, quali fossero le corrette dimensioni per uno sciacquone da omologare su scala europea!
L’Europa si è spesa in tonnellate di cialtronate, ma mai ha affrontato la questione di creare un serio coordinamento per la propria difesa. Non sono certo io un fautore del riarmo, ma ritengo ridicolo ora buttare centinaia di miliardi (se non migliaia) sul tavolo per il riarmo dei vari Paesi europei, quando già da decenni si sarebbe dovuta perseguire nel campo della difesa una strategia di investimenti atta ad integrare i vari eserciti europei sotto un unico comando strategico, uniformando protocolli, tecnologie e metodologie, creando un sistema comune di telecomunicazioni e di strutture satellitari che ci rendessero come europei meno dipendenti, seppur alleati, dagli USA. In questo campo, se a tempo debito, invece di discutere di amenità, si fossero decisi investimenti in ricerca aerospaziale di difesa e telecomunicazione, sicuramente si sarebbe speso molto meno di quanto ora ci si chiederà di investire.
Per quanto riguarda gli Stati Uniti, l’impero di Trump costruito sullo slogan “make America great again” non farà altro che portare scompiglio ed instabilità (con tutti i rischi che ne conseguiranno) nella scena geopolitica globale. Anche questo impero, come quello di Roma, è destinato a collassare per le proprie debolezze interne: oltre 80 milioni di americani (quasi il 25% della popolazione statunitense) vive in povertà assoluta (il fenomeno degli “homeless” è diffusissimo nelle città americane); altri 100 milioni vivono in condizioni quasi precarie e comunque di disagio e scontento per la propria situazione. L’America, il Paese che una volta poteva vantarsi di dare una possibilità a chiunque volesse emergere, ora pare essere il Paese che una possibilità te la garantisce: quella di diventare povero. Gli Stati Uniti sono il Paese ove negli ultimi anni sono venuti meno i diritti sindacali, il diritto ad un minimo di assistenza, il diritto all’istruzione. Ora, in nome di una riscoperta di sacri valori tradizionali, giurando sulla Bibbia (ma l’avranno mai letta?) si parte all’attacco del diritto di vivere la propria stessa affettività in piena libertà e quelle che sembravano sacrosante conquiste ormai scontate e certe rischiano di essere spazzate via con un colpo di spugna.
Rischiano di implodere gli USA sotto il peso di rivolte sociali e di una vera e propria guerra civile? Non è da escludere. Rischia l’Europa un colpo di mano da parte di Putin? Anche questo non è da escludere. E il resto del mondo, i Paesi emergenti, quelli già emersi e quelli poveri, come ci vedono? Non certo bene e non penso con simpatia! Siamo noi occidentali arrivati al capolinea? Forse, ed è meglio non illudersi altrimenti. Il grigiore di oggi è forse foriero delle nubi di tempesta che si profilano all’orizzonte nel futuro di tutti noi? Chissà! Mi verrebbe da dire che la speranza è l’ultima a morire, ma, guardandomi intorno, mi sa tanto che anche quella è già morta o sta morendo sotto il peso della storia.
Lucio Allegretti










