Dalla democrazia dei partiti a quella del pubblico

Dopo l’esperienza traumatica della dittatura e della guerra, tutte le forze politiche che avevano lottato per la liberazione dal nazifascismo, avvertivano il profondo bisogno di costruire le fondamenta democratiche attraverso l’elaborazione di una Costituzione, che stabilisse i principi democratici, i diritti e i doveri dei cittadini e l’organizzazione dello Stato.
La prima conquista storica e politica finite le ostilità nel 1945, è stata quella di estendere il diritto di voto a tutti i cittadini maggiorenni, senza alcuna discriminazione.
Quindi, al Referendum del 2 giugno del 1946, fatto per decidere la forma istituzionale dello Stato e per eleggere l’Assemblea costituente, votarono anche le donne.
Per quanto riguarda i partiti politici, la Costituzione italiana entrata in vigore il 1° gennaio 1948, elaborata con una cura straordinaria dal punto di vista linguistico e letterario e grande attenzione sotto l’aspetto politico e giuridico, riconobbe ad essi un ruolo fondamentale in quanto designati a determinare con metodo democratico la politica nazionale.
I partiti erano visti come un collegamento tra la società e le istituzioni dello Stato, senza poter accampare un “isolato” potere assoluto, perché il potere doveva appartenere al popolo che doveva esercitarlo rispettando i limiti posti nella Carta.
I grandi partiti di massa del dopoguerra si modellarono in concomitanza con l’introduzione del suffragio universale ed erano costituiti da politici di professione che venivano considerati “dipendenti” del partito ed erano vincolati a una disciplina interna più o meno rigida.
Fino a quando non venne introdotto il finanziamento pubblico ai partiti, con la cosiddetta legge Piccoli (legge n. 195 del 2 maggio 1974), chi si impegnava a tempo pieno nel partito riceveva una regolare indennità retributiva ricavata dalle casse del partito, che erano finanziate dal tesseramento e dalle attività editoriali.
Modello di riferimento d’integrazione di massa è stato il Partito Comunista Italiano (PCI) che manteneva una vastissima rete di funzionari a tempo pieno (segretari di federazione, responsabili d’organizzazione, sindacalisti).
Tutti i militanti ricevevano uno stipendio (spesso parametrato al salario di un operaio qualificato) per potersi dedicare pienamente a sostenere con convinzione la linea politica del partito.
Ciò consentiva di fare politica a tempo pieno, senza rischiare la miseria, anche a militanti di estrazione operaia o contadina.
Quando un esponente veniva eletto in Parlamento, lo stipendio da deputato o senatore (l’indennità parlamentare) veniva versata direttamente alle casse del partito il quale restituiva al politico una cifra pari al suo normale stipendio da funzionario.
Le decisioni della linea politica spettavano agli organi collegiali, e il singolo esponente doveva adeguarvisi, pena l’espulsione o la rimozione dai ruoli retribuiti.
La Democrazia Cristiana (DC), utilizzava un sistema diverso, più che offrire una retribuzione con le quote degli iscritti, offriva stabilità ai propri dirigenti e quadri intermedi inserendoli all’interno dei vari enti pubblici e società di Stato (all’epoca in forte espansione) o nei sindacati fiancheggiatori.
Fino a quando i partiti, pur protagonisti di grandi scontri ideologici e lotte politiche animate da passioni civili, hanno mantenuto la loro “funzione costituzionale” di interpreti del bene comune, abbiamo assistito ad un periodo dell’Italia repubblicana nel quale la mobilitazione per le libertà soggettive e quella per le libertà economico-sociali si sono virtuosamente integrate a vicenda e sono andate di pari passo.
Nell’ultimo decennio prima che i partiti, già negli anni ’80, debordassero dalle loro funzioni costituzionali si sono fatte le più significative riforme che hanno modernizzato il Paese.
Per le riforme e normative di modernizzazione che hanno ampliato i diritti dei cittadini, si può dire che sono stati determinanti i partiti, spinti da mobilitazioni popolari, lotte sindacali e battaglie civili.
Sono state considerate vere e proprie conquiste per l’Italia in quanto fortemente volute e quindi guadagnate soprattutto dal popolo.
Durante gli anni ’70 definiti “di piombo”, nonostante il clima di forte tensione e violenza politica, il Parlamento ha approvato non solo leggi speciali adatte a fermare il terrorismo, si sono fatte anche grandi riforme strutturali con leggi di civiltà fondamentali che hanno cambiato profondamente la società e la storia del Paese.
Il decennio degli anni Settanta, ha visto infatti le più significative riforme mai conquistate in Italia: lo Statuto dei lavoratori, l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, la chiusura dei manicomi, il nuovo diritto di famiglia, gli asili nido pubblici, il divorzio, la soppressione delle gabbie salariali, l’interruzione volontaria di gravidanza, l’abolizione delle classi differenziali.
Tra il 1973 e il 1974 la riforma fiscale con la prima grande e organica ristrutturazione del sistema tributario, fondata sull’introduzione dell’IVA e sulla nascita di nuove imposte dirette come l’IRPEF.
Bisogna anche considerare che ancora negli anni ’70 la Costituzione aveva la sua importanza e faceva da riferimento, dando una visione organica e coerente della società che voleva costruire.
Le leggi venivano redatte da persone qualificate di alto livello esperte del diritto e questo si traduceva in testi normativi tecnicamente e giuridicamente lineari, tendenzialmente brevi, strutturati per articoli chiari e focalizzati su un unico argomento.
Oggi quei grandi partiti di massa come organizzazioni radicate nel territorio, che facevano da ponte tra i cittadini e lo Stato e garantivano la democrazia sono scomparsi e quelli rimasti sono spinti a privilegiare la ricerca immediata del consenso.
Per spiegare l’evoluzione del governo rappresentativo e descrivere la trasformazione dei sistemi democratici contemporanei si parla della “democrazia del pubblico” che è un concetto sociologico teorizzato originariamente dal politologo francese Bernard Manin.
In Italia, la questione del passaggio verso la cosiddetta “democrazia del pubblico” è stata analizzata a fondo in un suo saggio da Massimiliano Panarari che insegna Comunicazione politica all’Università di Modena e Reggio Emilia.
Osservando la realtà la situazione è evidente, si tratta di un modello di politica personalizzata attraverso i media e la televisione in cui il rapporto tra elettori e leader politici si basa sulla comunicazione mediatica e sui social media, privilegiando l’emotività, l’immagine personale o l’impressione esteriore.
I cittadini non partecipano attivamente fanno da spettatori e votano il “leader d’opinione” o il personaggio mediatico in base alle promesse e agli slogan.
Per quanto riguarda la produzione legislativa, soprattutto provvedimenti urgenti, interventi immediati e misure a breve termine (come i bonus una tantum o tagli fiscali temporanei), con l’ansia costante per le scadenze elettorali anche quando non sono prossime.
Rispetto alle leggi dei primi decenni repubblicani i testi attuali sono spesso un groviglio di rimandi a leggi precedenti, commi modificati e deroghe che rendono le disposizioni incomprensibili persino agli addetti ai lavori.
Nessuna visione politica lungimirante, niente più grandi progetti e riforme strutturali (come quelle di cui facevo cenno) che richiedono programmazione, impegno comune tempi lunghi di attuazione, i cui effetti positivi e vantaggi non sono facilmente percepiti dagli elettori.
Sconfortante constatare che sempre più spesso negli ultimi tempi, la stesura delle leggi ordinarie, delle manovre finanziarie e persino delle riforme del sistema di voto è mirata a offrire benefici diretti, tangibili e localizzati a specifiche categorie di elettori o gruppi di interesse (spesso finanziatori delle successive campagne elettorali).
Quindi in conclusione dopo la “democrazia del parlamento” e la “democrazia dei partiti”, è in corso la inconcludente “democrazia del pubblico” con la fiducia che si è spostata dal programma del partito alla figura del leader, con il dibattito esclusivamente sui media e con i cittadini che reagiscono alle proposte e alle immagini offerte come se assistessero ad uno spettacolo teatrale o televisivo.










