“Dio mi ha parlato”

Battesimo del Signore
Testo
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».
Commento
Poiché il popolo era in attesa.
L’attesa è un momento importante, perché indica la
tensione che si prova verso qualcosa che da anni si sogna. L’attesa è un momento delicato perché sottintende il rischio di illudersi dinanzi alla prospettiva di un cambiamento che affascina, ma che in realtà potrebbe non aver futuro. Giovanni è onesto e non vuole imbrogliare le folle che lo ammirano, le folle che potrebbero seguirlo sulla scia di un battesimo di penitenza e di una predicazione che fustiga Erode, il tetrarca. Giovanni è onesto, per questo è finito in carcere. Giovanni, se invece di fare il profeta, si fosse adattato alle situazioni correnti e avesse fatto l’occhiolino al potente che trafficava nel palazzo con Erodiade, l’avrebbe fatta franca e avrebbe avuto ugualmente successo, senza per altro scomodare il Messia.
Ma viene colui che è più forte di me.
Con quale criterio si misura la “forza” in base alla quale si stabilisce la credibilità di chi vuole dare motivi seri di speranze? Oggi, per esempio, si parla di forza mediatica. Infatti, più si appare sui teleschermi, più si ha la faccia giusta per guidare un popolo; più si occupano le prime file nelle grandi assemblee, più si hanno i titoli per condurre le sorti
di una comunità. L’apparire è la condizione essenziale per contare qualcosa per qualcuno, secondo i parametri della propaganda attuale. Giovanni è in carcere, ormai, e da lì, secondo la legge naturale che fa marcire sottoterra il seme perché possa portare frutto, lancia il vero Messia, senza sottrarsi alle responsabilità di esserne lui il Precursore. Il Precursore acquista valore e significato non tanto quando dà spallate ad una realtà che sta morendo nella staticità delle tradizioni, ma al tramonto della sua esistenza, quando più nessuno parlerà di lui, quando, accertatosi della sua morte, qualcuno proporrà di fargli un monumento.
Tu sei il figlio mio, l’amato.
E se Dio Padre estendesse anche a me, povera creatura, lo stesso atto d’amore che riserva a Cristo Gesù? La fede alla quale mi appello, con fatica talvolta, perché la mia vita abbia un senso, dovrebbe permettermi di ritenere reale la fratellanza con Gesù, perciò reale la paternità amorosa di Dio nei miei confronti. Ci provo. Chiudo gli occhi, faccio silenzio nella mia testa e mi metto in ascolto: «Tu sei il figlio mio, l’amato». Dio mi ha parlato e nella sua voce ho riconosciuto l’amore che mi porta. Temo di sciupare l’immagine di Dio quando, cavalcando l’ingenuità di un bambino, lo rubo alle nubi e lo costringo a pensare ciò che io penso e a sognare ciò che io sogno, senza curarmi del disagio che creo nella folla
multicolore delle religioni. Dio. . . così lontano dai miei occhi, così intimamente radicato nella mia mente. E se fosse solo luce? Con la semplicità di un bambino proverei a pregare.










