Quel giorno al Liceo: in difesa del 25 Aprile

Quest’anno ho deciso di celebrare la Festa della Liberazione parlandone, perché parlarne non è scontato, e soprattutto perché questo non è un 25 aprile come tutti quelli passati, e non per la cifra tonda degli ottant’anni dalla Liberazione: questo è un 25 aprile particolare perché, adesso come non mai, ci obbliga a raccogliere e tenere bene a mente le ragioni per cui lo festeggiamo (che no, non sono le braciolate in campagna).
Non è scontato parlarne, perché la Festa della Liberazione ha subito, specialmente negli ultimi trent’anni, aggressioni di ogni sorta, poiché tutti i valori di cui è foriera sono stati, sono, e saranno sempre un ostacolo e un fastidio ai propositi di quella fetta piuttosto larga della società per la quale il solo bene che conti è quello personale; e più ci si è allontanati dal momento in cui era chiara a tutti l’importanza di agire gli uni per gli altri, più i testimoni diretti del rovesciamento delle tirannie hanno iniziato a scomparire, più ignoranza e pressappochismo hanno iniziato a dilagare, più è diventato faticoso fare scudo al 25 aprile: ovvero, non è più scontato parlarne come di una ricorrenza che esiste perché accentra in sé valori che dovrebbero essere comuni a tutti.
I risultati di questa combinazione di fattori, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti, anche di quelli che non vogliono guardare.
Sarebbe troppo lungo descrivere nel dettaglio la complessità del processo che ci ha resi così poco consapevoli dei capisaldi dell’umana convivenza, quelli che dovrebbero sempre guidarci; così incapaci di leggere i fatti, soppesarli e collegarli tra loro, così privi di spirito critico e di coscienza civile; sarebbe troppo lungo indagare, ora, le dinamiche che hanno concorso a renderci, col passare dei decenni, sempre più egoisti, maleducati e arroganti nelle relazioni personali, da rendere normale allargare gli stessi atteggiamenti alle dinamiche sociali.
In questa sede possiamo dire che negli ultimissimi tempi il ruolo primario in questo drammatico processo di decadenza lo hanno avuto i social e il cicaleccio indiscriminato dell’internet, delle informazioni date in pasto a chi non ha gli strumenti per valutarne la veridicità, figuriamoci quindi per discernerle; ma questo precipizio, qui in Italia, aveva iniziato a mostrarsi distintamente da molto prima, ovvero con l’avvento delle TV private di Berlusconi. Da lì è stato tutto un discendere agli inferi: i contenuti di quelle TV, tendenziosi, mistificanti, anestetizzanti e ridicoli, che hanno poi contagiato anche la TV pubblica, hanno contribuito molto significativamente, nel nostro Paese, al decadimento culturale che ad oggi, con tutto quello che ne è conseguito, sembra irreversibile.
Ora, Berlusconi si vantava di aver riportato i fascisti al potere: coi suoi governi infatti abbiamo conosciuto Gianfranco Fini, La Russa, Bossi e quant’altri, e più avanti Meloni, Salvini, e innumerevoli personaggi improbabili (quando non imbarazzanti) – che non mi affatico ad elencare – che vederli entrare alla Camera, alla popolazione attiva e consapevole di qualche decennio prima, sarebbe sembrato uno scherzo di cattivo gusto.
Da quegli anni, dalla salita al potere di Berlusconi coi suoi fascisti, originò un fatto abbastanza emblematico, che vale la pena raccontare per spiegare da cosa bisogna difendere i valori del 25 aprile ( e quest’anno, appunto, come non mai).
Il fatto che vi racconterò accadde un giorno in cui frequentavo ancora il liceo, il liceo Classico “Mancinelli” di Velletri in provincia di Roma, quel posto da cui si dice escano quelli di Sinistra perché hanno soldi e tempo per elucubrare e sviluppare velleità filantropiche.
E qui desidero ardentemente aprire una parentesi, che stringherò il possibile.
Io, che ho fatto il Liceo Classico, i soldi (nel senso luculliano del termine) non li ho mai avuti: ho quelli che mi servono per campare e mi bastano, ma quand’anche possedessi un deposito come quello di Paperon De Paperoni, non solo non dovrei renderne conto a nessuno, ma questo non mi renderebbe inadatta a preferire una parte politica in linea con le mie idee. Non tutti lo hanno voluto capire in tempo utile, ma permettere a populisti e similari, da un certo punto in poi, di prendere indisturbatamente a imputare a politici di Sinistra l’eventualità di avere un ottimo reddito, di avere la casa, e la barca, e la piscina con lo scivolo, come fossero delle colpe di cui dolersi, è stata una di quelle assurdità ripetute talmente tante volte da diventare dei dogmi; uno di quegli espedienti – che funzionano soprattutto coi più sprovveduti -, atti a delegittimare una parte politica che, poiché si riconosce nei principi del bene comune, dovrebbe dimostrarlo annoverando solo adepti che seguano uno stile di vita francescano, pena l’autosmentita. Ora, tralasciando che, a senso, su questi presupposti sarebbe eccessivo, per un politico o un elettore di Sinistra, anche possedere un pagliericcio per dormire, in un mondo libero, dove capitalismo e proprietà privata sono la normalità, è ben strano poter essere criticati per ciò che si possiede e non per come vengano accumulate e gestite le risorse comuni di un Paese; soprattutto non si capisce perché la stessa critica non venga mai mossa a politici di Destra, quelli che dal loro yacht attraccato in Costa Smeralda fanno del populismo la loro principale bandiera, ma che nel momento in cui timidamente si propone una patrimoniale dello 0,0001% iniziano a scavare le trincee.
Ma chiudiamo qui questa parentesi, anche se non è affatto avulsa dal resto del discorso, e torniamo al liceo.
In un giorno di lezioni del febbraio di un anno che doveva essere il 1997 0 il 1998, gli insegnanti ci dissero che alcuni esponenti politici dovevano venire a farci una conferenza di Storia (!): tutti noi quindi ci prendemmo la nostra sediola e ci accomodammo in palestra, ben lieti di perdere un’oretta e scamparci qualche interrogazione.
Ora, se dicessi che mi ricordo per filo e per segno in che termini ci fu esposto l’argomento, mentirei: per filo e per segno però ricordo i concetti che quelle persone, esponenti di Forza Italia e di Alleanza Nazionale, vennero a proporci.
Da dietro una specie di pulpito creato con un paio di cattedre contigue (perché vennero pure in parecchi), una lavagna luminosa sulla quale scorrevano delle foto, e coadiuvati da volantini pieghevoli, questi signori ci raccontarono i fatti delle Foibe.
Adesso non farò la solita premessa di chi vuol mettere le mani avanti per non restare indietro, ovvero riconoscere che la pietà per i morti non fa differenze. Perché, sapete, nell’Iliade (VIII secolo a.C.) già si racconta che il padre di Ettore, Priamo, andò a implorare di riavere il corpo di suo figlio, e nonostante l’odio tra i combattenti, Achille si commosse e lo concesse: perché la pietà per i morti è insita nell’essere umano ed è ovvia nella nostra cultura sin dagli albori della civiltà, o almeno così dovrebbe essere.
Le motivazioni che spinsero quella campagna “divulgatoria”, però, non furono i sentimenti di pietà per i morti, per tutti i morti di un conflitto, la Seconda Guerra Mondiale, che ridusse il mondo a un cimitero: lo scopo reale era (ed è) così vergognoso che, come ho premesso, ho voluto prenderlo come spunto per spiegare perché e da cosa occorra difendere il 25 aprile.
Nelle guerre, che sono i punti più bassi della sinusoide della vicenda umana, anche quando sono inevitabili, anche quando vi si è costretti, accadono sempre delle carognate che esulano dalle reali “necessità” belliche. Laddove, infatti, almeno fino a oggi, lo svolgersi “regolare” di un conflitto dovrebbe riguardare solo gli schieramenti militari, che su per giù dovrebbero essere equipaggiati alla pari, molto spesso accade che si allarghi invece all’inerme popolazione civile: quando succede parliamo di rappresaglia, volendo sorvolare sulle vere e proprie azioni belliche che nel corso della Storia, anche molto contemporanea, hanno preso di mira direttamente ed espressamente la popolazione civile.
Come se la guerra in sé non bastasse, succede quasi sempre che i vincitori, o semplicemente i più forti, si permettano di accanirsi sui civili, sui prigionieri, sui vinti, e questo nonostante qualunque principio morale che dovrebbe essere scontato, e nonostante qualunque convenzione di Ginevra.
Quello che accadde per quanto riguarda la vicenda delle Foibe, riassumendo di molto, è che in un territorio che subì “l’assimilazione forzata”, dove da dopo la prima Guerra Mondiale in poi, e peggio ancora con l’avvento del Fascismo, la popolazione slava autoctona fu vittima di stragi, internamenti e angherie di ogni sorta (qui non c’è lo spazio per narrare una storia molto articolata, che fu alla base dei fatti che stiamo esaminando), l’avanzare delle truppe partigiane jugoslave di Tito dal settembre del 1943 – quando gli occupanti nazisti lasciarono la Venezia Giulia per concentrarsi a Trieste, Pola e Fiume – significò vendetta e rappresaglia nei confronti della popolazione italiana che non era fuggita preventivamente, e che continuava ad occupare quei territori. Processi sommari contro esponenti fascisti, oppositori politici e semplici civili italiani, portarono a quello che oggi è ricordato come il Massacro delle Foibe (che, secondo le stime, causò circa 10.000 vittime), poiché i giustiziati venivano gettati in cavità dette appunto foibe, che sono delle sorta di pozzi naturali tipici della regione istriana e carsica – metodo d’inumazione e occultamento precedentemente sfruttato, tra l’altro, dai nazifascisti per inumare i corpi dei partigiani giustiziati-.
Ora. Soppesare questo genere di eventi in questo frangente, e in un quadro articolato come quello della Seconda Guerra Mondiale, e vedere la differenza tra di essi, non vuol dire avere una diversa pietà a seconda di chi fossero i morti, o scegliere di non considerare alcune vittime, soprattutto se avevano poco da far la differenza nella risoluzione di un conflitto. Vuol dire rendersi conto che rappresaglie e vendette, in una guerra, avvengono sempre: volerle annotare, ricordare e condannare è giusto, mentre non lo è volerle deliberatamente non contestualizzare a fini politici, ovvero, come in questo caso, omettendo da un lato le iniquità e gli orrori che avevano alimentato l’odio per gli italiani e gli occupanti fascisti, e dall’altro la dimensione e il ruolo storico dell’evento nel quadro del conflitto in questione.
Quello che è stato vergognoso quel giorno al Liceo, e che continua a esserlo, è il tentativo di usare il massacro delle Foibe per contrapporre quei fatti al nostro 25 aprile: per avere cioè una base alla quale disperatamente appoggiarsi, per poter equiparare tutti i partigiani a quelli che furono artefici di quell’eccidio, per poter mettere sullo stesso piano le due parti in campo, ovvero arrivare a dire che Nazisti e Fascisti erano lo stesso dei partigiani (comunisti, democristiani, liberali), e di tutti quanti sacrificarono molto, o tutto, per costruire la democrazia in cui oggi sguazziamo tutti. Ovvero, come nelle fiabe, confondere “buoni” e “cattivi” con la fondamentale differenza tra chi era schierato dalla parte giusta del conflitto, e chi da quella criminale: perché è ovvio che ci fossero balordi e galantuomini sia tra i partigiani e gli alleati, che tra i nazifascisti, ma sulla bilancia della Storia i primi erano nel giusto (addirittura Stalin, in quel momento, era nel giusto), mentre i secondi no.
Noi oggi festeggiamo che il conflitto fu vinto da chi era dalla parte giusta della barricata.
Il concetto si affianca (aprendo un’altra parentesi che considero importante) alla distorsione storica dell’aver voluto equiparare, dal 2019, nazifascismo e comunismo, sulla base del fatto che il totalitarismo abbia riguardato entrambe le parti, nonostante la differenza tra i due fenomeni sia abissale. Fascismo e Nazismo sono stati, soltanto e inevitabilmente, dei movimenti totalitari, durati uno vent’anni e l’altro dodici, perché strettamente legati al culto di un duce e di un fuhrer, fondati esplicitamente e dichiaratamente sulla violenza, la sopraffazione, l’iniquità, la supremazia razziale e i privilegi; il comunismo, da quando ha fatto la sua comparsa nella letteratura politica, ovvero dal 1848, ha rappresentato nel corso di quasi due secoli, il primo vero tentativo di garantire i più basilari diritti civili, per tutti; i suoi esponenti sono stati perseguitati, carcerati e internati, ma nonostante questo, e indipendentemente dai regimi totalitari e i culti della personalità che dal comunismo hanno originato, i valori civili più importanti del movimento sono sopravvissuti alle peggiori aberrazioni della dottrina: sono sopravvissuti allo stalinismo, a Polt Pot, e a tutti coloro che in nome del comunismo hanno agito quali criminali sanguinari, ovvero sussistono indipendentemente dal leader o dal dittatore di turno. Quindi, c’è una bella differenza tra nazifascismo e comunismo e, tranquilli tutti, riconoscerla non vuol dire dichiararsi comunisti, o non riconoscere che il comunismo, quando ha voluto diventare un sistema, ha fallito tragicamente, ovunque: vuol dire avere una facoltà di discernimento che andrebbe applicata a tutte le cose.
Invece, nonostante dovrebbero essere chiare le differenze di cui sopra, o le differenze tra alleati e partigiani da una parte e nazifascisti dall’altra, persiste e insiste anche la mistificazione che tra tutte quelle che sono alla base dell’operazione “Giorno del ricordo” è la più agghiacciante: nella narrazione condotta dalla Destra, ormai dagli anni Novanta, si tenta di contrapporre le Foibe all’Olocausto, come lo specchio riflesso dei bambini quando bisticciano. Si vuole cioè contrapporre quella rappresaglia, come le incalcolabili altre avvenute dentro qualunque conflitto, all’unicum storico dello Sterminio sistematico e industriale, deciso a tavolino, di più di sei milioni di cittadini europei considerati inferiori (per religione, appartenenza politica, sessualità, salute), ad opera del Nazifascismo: sempre allo scopo, ebbene sì, di far passare il messaggio, sempre storicamente falso, che in fondo le due parti in campo erano la stessa cosa, con la conclusione che, quindi, al 25 di aprile non ci sia poi molto da festeggiare.
Quest’anno, Meloni non è intervenuta alle celebrazioni per gli Ottant’anni dalla liberazione di Auschwitz, quando tutta l’Europa era presente, ma ha partecipato alla giornata del ricordo, non mancando di tuonare sul silenzio che, a detta sua, si è fatto per anni sull’accaduto: altra falsità, perché gli eventi delle Foibe sono stati sempre esaminati dagli storici, con la sola differenza che fino a qualche tempo fa, non circolando bellamente allo scoperto così tanti neofascisti, bisognosi di schiacciare l’importanza della guerra partigiana e della festa del 25 aprile, l’evento si circoscriveva ai confini che dovrebbe avere, quelli cioè, ripetiamo, di una rappresaglia dei vincitori sui vinti, in un momento del conflitto in cui ne avvenivano ovunque, e in continuazione. Vorrei ricordare alla Meloni (benché non mi leggerà mai), un particolare che da solo basterebbe a smorzare qualsiasi sua sbraitata contro presunti “silenzi colpevoli”: per concorrere a salvare le terga a molti criminali fascisti e nazisti che non hanno mai pagato per i loro crimini, che anzi, in molti casi sono stati praticamente premiati, fino al 1994 c’è stato in uno sgabuzzino della cancelleria della procura militare nel Palazzo Cesi-Gaddi, a Roma, un armadio, rimasto per anni con le ante rivolte verso il muro – perché a nessuno venisse in mente di aprirlo – nel quale c’erano dei particolari documenti “archiviati provvisoriamente” decine di anni prima; l’armadio (denominato poi, a ragione, “Armadio della vergogna”) conteneva 695 dossier, stilati dalla procura generale del Tribunale Supremo Militare, sui crimini di guerra commessi durante la campagna d’Italia dai nazifascisti, tra cui, per citare solo gli eventi più noti, le stragi di Sant’Anna di Stazzema, di Marzabotto, di Boves (per tacere tutte le altre), per un ammontare di circa 15.000 vittime civili. Sono tredicimila pagine di documenti, peraltro disponibili alla consultazione sul sito dell’Archivio Storico della Camera (https://archivio.camera.it/), consultazione che consiglio a chiunque, perché di interesse scientifico fondamentale.
Vogliamo tuonare anche su quello, di silenzio, Presidente Meloni, o vogliamo continuare a sputare sulla Resistenza, sui valori che dovrebbero accomunarci, e sul 25 aprile? Vogliamo continuare a gettare fango su quei ragazzetti che non ebbero paura di mettere a repentaglio la propria vita o perderla, per donare la libertà di parlare proprio a tutti, anche a chi li aveva osteggiati, anche a chi proprio questa libertà non se l’è mai meritata, ovvero anche a chi si permette di andare in giro a mistificare la Storia, nelle scuole? Anche a lei, che da Presidente del Consiglio, non si è ancora dichiarata antifascista, come la Costituzione sulla quale ha giurato?
Quel giorno, ricordo, quei conferenzieri li cacciammo dal Liceo. I più grandi, quelli del quinto anno, ricordarono a quei signori tutto quello che sto ricordando io: a quei tempi eravamo ancora capaci di parlare, i nostri nonni erano vivi e pure abbastanza giovani, noi studiavamo con avidità quello che capivamo ci riguardasse da molto vicino e questo, infatti, in quell’occasione ci salvò.
Ma ora? Ora come si fa? Quando si sente dire e leggere (soprattutto leggere) non tanto le mistificazioni, ma l’argomentazione che ormai “sono passati ottant’anni”, come se questo ci sollevasse dall’aver presente cosa ci ha permesso di essere qui. Come se i decenni trascorsi ci dispensassero dall’ancorarci alle idee più giuste della convivenza civile, a vantaggio di tutti, soprattutto oggi che al potere troviamo solo arroganza, ovvero l’anticamera della violenza – laddove quest’ultima non abbia già inesorabilmente dilagato – . Le persone che c’erano ottant’anni fa, anche quelle che hanno dato tutto per la Libertà, ci sono, e ce ne sono ancora molte: solo per questo saremmo chiamati al coraggio, alla difesa della verità, al rispetto della loro eredità, oggi che siamo di fronte a nuovi dittatori, a nuove stragi e prevaricazioni, a nuove e gravissime minacce alla libertà e alla salvezza del genere umano.
Oggi è 25 aprile e io sono qui a poter dire la mia. Io che sono di Sinistra, ma pure sostengo tanti princìpi che sarebbero “di Destra”, posso agire per quel che ritengo giusto, perché ottant’anni fa, che non sono poi così tanti, c’è stato chi c’è l’ha messa tutta per far sì che nascesse uno stato democratico, basato sui principi dei diritti civili, quello di cui ha senso onorare le istituzioni, sventolare la bandiera e cantare l’inno. Perché lo Stato non è un concetto astratto: lo Stato è quello che permette di parlare e agire, nel rispetto delle altre opinioni, indipendentemente dal sesso e dall’etnia; è quello che ti fa trovare sedia e banco quando vai a scuola, è quello che ti cura gratuitamente, o almeno ci prova, quello che, se ti va a fuoco la palazzina, fa sì che i pompieri arrivino, e tutte queste cose indipendentemente dalla posizione sociale e dal reddito dei cittadini.
Ma uno stato basato su questi capisaldi non si regge da solo, non va avanti per inerzia, ricordiamocelo: vigiliamo contro chi vuole mistificare la realtà, studiamo contro chi vuol confondere le acque, teniamo presente tutto con consapevolezza e conoscenza, perché ora tocca a noi difendere quello che abbiamo di fondamentale, nonostante siano in molti a volercelo far dimenticare.
Buon 25 aprile!
Sara Ceracchi










